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La stagione di Campo Dall’Orto in #Rai volge al termine: il problema sono le regole, non le persone

  • Sembra arrivare al termine, con un anno di anticipo rispetto alla scadenza del suo mandato, l’esperienza di Antonio Campo Dall’Orto quale direttore generale della Rai, con poteri di amministratore delegato. Non è ancora il momento di dare un giudizio sull’operato suo e su quello del cda del servizio pubblico, sempre più spesso in palese conflittualità con lo stesso dg. Lo schema di molti social-commentatori “il cda in mano ai politici, il dg innovatore sconfitto” non risponde in pieno alla realtà dei fatti, anche se Campo Dall’Orto è un innovatore.
  • Alcune vicende hanno aperto un baratro tra il direttore generale e il consiglio di amministrazione: dal Piano per le News ai rilievi dell’Anac di Cantone su diverse nomine dirigenziali, a cominciare dal direttore della sicurezza Genseric Cantournet – scelto da una società di cacciatori di teste di cui è socio suo padre, senza alcun colloquio con possibili candidati alternativi – sino ai 244 nuovi contratti, le nuove utilizzazioni di collaboratori vecchi e nuovi, a volte sin troppo “vicini” a conduttori e direttori di rete, Rai3 per non fare nomi.
  • Il Governo, a sua volta, ha smesso da tempo di sostenere Campo Dall’Orto, scelto personalmente da Matteo Renzi e così il Pd: nessuno vuole però fare il primo passo per chiederne le dimissioni, nè il Governo, nè il Pd, nè il consiglio di amministrazione. Il clima interno è ormai talmente deteriorato che si sta iniziando a discutere tempi e modi dell’uscita del direttore generale. Entro l’estate.
  • Si fanno già i nomi del nuovo dg, spesso per “bruciarli” più che sostenerli, come si usa nei media italiani. Non è questo che qui interessa. La vicenda rivela l’inadeguatezza delle norme esistenti sulla governance della Rai. A partire da un azionista che non può essere il Ministro dell’Economia, che proporrà il nuovo dg al consiglio di amministrazione. Il Governo non può decidere direttamente i vertici del servizio pubblico.
  • Scartare la soluzione del consiglio “duale”, con un organo allargato nominato a maggioranza non dalla politica e un organismo di gestione nominato dal primo,  è stato un errore politico clamoroso. Si è ripreso il modello della Gasparri: un cda nominato dalla commissione di Vigilanza con la prima attuazione della nuova legge, e un direttore generale con maggiori poteri nei fatti scelto dal Governo. Direttore generale che, quindi, è stato portato a prendere decisioni spesso non informando o informando con ritardo quelli che restano gli amministratori dell’azienda, che potrebbero rispondere davanti alla Corte dei Conti.
  • La nuova concessione approvata dal Consiglio dei ministri contiene alcuni punti innovativi, ma rimane ancorata ad una cultura che vuole una Rai sempre più controllata dall’esecutivo oltre che dall’Agcom e dalla Vigilanza. Si spera che qualcuno tenga bene in mente quanto successo alla Rai con il conflitto d’interessi di Silvio Berlusconi, maggiore azionista di Mediaset e non ancora uscito dall’arena politica.
  • Prima che le persone, insomma, sono le regole che andrebbero cambiate. Invece, si cambieranno le persone.