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#Mediaset-Vivendi: perchè è una questione di…..Stato

La scalata del gruppo francese Vivendi a Mediaset non è solo il tentativo di conquistare una tv commerciale o un produttore di contenuti di un altro mercato nazionale. A causa della particolarità dell’assetto dei  media in Italia, diventa un tentativo di scalata ad un’intera industria e ad una parte del paese stesso.

Mediaset, infatti, non è una qualsiasi azienda televisiva.

Si tratta di un gruppo che, a fine 2015, ha una quota di ascolto superiore a un terzo di quella totale (32,23% nel giorno medio). Ma ha una quota ben superiore a quella di ascolto negli investimenti pubblicitari nella tv nazionale, pari al 56,1%, con oltre due miliardi di fatturato stimati dalla Nielsen, comprensivi della quota  di agenzia (1,7  netti a bilancio). Quale tv commerciale in Europa con circa un terzo degli ascolti, raccoglie circa i due terzi della pubblicità televisiva?

Canale5, da solo, si stima valga  un miliardo di pubblicità, circa la metà degli introiti pubblicitari del gruppo.

Il posizionamento che rende Mediaset così appetibile e così determinante per l’intero sistema dei media, nasce dall’assetto del mercato italiano. In quale  mercato Vivendi può trovare un mezzo televisivo che ha una quota del 61,7% sulla pubblicità investita nell’intero mercato dei media nel 2015 (fonte: bilancio Mediaset 2015!) . O un mercato dove manca  un secondo concorrente privato nella tv generalista?

In tutti gli altri mercati europei vi sono due competitors di tv commerciale; e poi vi è la tv pubblica. Qui in Italia, la Rai, la tv pubblica, ha anche il ruolo di unico competitor di Mediaset sugli ascolti e la pubblicità, ma ha un limite sull’affollamento degli spot, il 4% settimanale, molto inferiore a quello delle televisioni commerciali.

Quando si ha una quota  quasi del 60% all’interno di un mercato televisivo che vale il 61% di quello dei media, si condiziona il prezzo della pubblicità venduta da tutti gli altri attori, stampa compresa. Il sistema italiano, essendo molto concentrato nel settore televisivo – e  ora anche nella stampa e nella radio _ è comunque fragile e “povero”, perché non ha avuto un sviluppo industriale, ad esempio favorendo la crescita di produttori indipendenti e la concorrenza tra più gruppi privati nella televisione.

In quale mercato  Vivendi può trovare un gruppo che ha in uso cinque multiplex (reti digitali, ndr) nazionali e che ne usa sei?  Se la scalata del gruppo francese andasse in porto, quest’ultimo si ritroverebbe a gestire, tra l’altro, circa il 40% della capacità trasmissiva nazionale di contenuti televisivi.

Mediaset è un operatore verticalmente integrato: controlla con il 40,1%, EITowers, la principale tower company in Italia. In Europa, dalla Gran Bretagna alla Francia, le torri di trasmissione sono controllate da operatori indipendenti dai broadcasters, a cui noleggiano la capacità trasmissiva.                                                                                                                                                                                                                                                                         Se si prende il controllo di Mediaset, si prende il controllo di  buona parte dell’accesso alle reti televisive digitali.  Questo vuol dire che l’Italia ha ragione a difendere la posizione “strategica” del gruppo nazionale controllato da Silvio Berlusconi? No, significa che l’Italia doveva, anni fa, puntare a un sistema con più concorrenza, in grado di far crescere più soggetti. Doveva ridurre la concentrazione di risorse, di diritti di trasmissione, di frequenze pregiate, anziché lasciarla in mano ad un solo soggetto, con il rischio che diventasse una preda. Com’è sta succedendo.

Mediaset, inoltre, non è solo televisione: la diversificazione nel settore radiofonico «amplia e completa l’offerta pubblicitaria del gruppo in chiave sempre più cross mediale», sottolinea la relazione al bilancio 2015.

Senza dimenticare  che se 2,5 miliardi di ricavi, nel 2015, arrivano dall’Italia, 971 milioni arrivano dalla Spagna (Mediaset ha il 46,1% di Mediaset Espana, quotata alla Borsa di Madrid), con le due tv generaliste Telecinco, leader di ascolto nel 2015, e Cuatro, e quattro canali digitali (Factoria de Ficcion, Boing, Divinity ed Energy).  Il mercato di contenuti spagnoli è la chiave per aprire la porta di quelli sud e centro americani, Brasile escluso, e del mercato statunitense di lingua spagnola.

Uno degli obiettivi di Vivendi è la library del gruppo Mediaset. Al 31 dicembre 2015 comprende – per la tv gratuita – 3.508 titoli di film, 771 telefilm con 16.534 episodi, 46 telenovelas con 4.780 puntate, 257 miniserie con 1.006 episodi, 9 soap opera con 1.559 puntate e 772 film per la tv per 802 episodi più i documentari, l’intrattenimento leggero, la prosa, generi questi ultimi meno sfruttabili a livello di un’offerta multipiattaforma e, stando alle voci, “latina”, quale quella che vorrebbe costruire Vincent Bollorè. Mediaset, tra l’altro, ha un accordo con la Warner sino al 2020 e con la Universal sino al 2018 per acquisirne in esclusiva i film e le serie tv per tutte le piattaforme, sia gratuite sia pay.

Nello sport il gruppo  ha i diritti delle nove principali società di serie A nel triennio 2015-2018 e i diritti esclusivi, per tutte le piattaforme, della Uefa Champions League per la stagioni 2015-2018 ( si dovranno rinnovare quest’anno). Rispetto alla Rai, unico vero competitor per gli ascolti, Mediaset ha il vantaggio di avere 4.299 dipendenti a fine 2015 contro gli oltre 11mila della tv pubblica. E il rinnovo della concessione al servizio pubblico potrebbe imporre più rigidità agli indici di affollamento Rai, applicando il 4% su ciascuna emittente e non più nella media di tutti i canali. A vantaggio di Canale 5.

C’è un altro aspetto particolare e unico del sistema italiano rispetto all’Europa: il conflitto d’interessi. Il principale azionista di Mediaset è stato a lungo a capo del Governo ed è tuttora leader di uno schieramento politico. In Italia le Authorities le nomina la politica, in Parlamento. Le regole per le tv  le fanno il Parlamento e le Authorities. Vivendi potrebbe, insomma, “ereditare” anche tutta una serie di norme favorevoli a Mediaset, compresa quella che impedisce di controllare allo stesso tempo il gruppo televisivo e Telecom Italia. Ma potrebbe anche trovarsi di fronte ad un gruppo al quale Agcom potrebbe presto notificare un significativo potere di mercato, quindi una posizione dominante.

La norma ad hoc per Telecom è stata approvata per evitare che Mediaset venisse inglobata nel colosso telefonico. Ora tale normaa è l’unico vero ostacolo legale che Vivendi ,  principale azionista di Telecom Italia, si trova davanti. Sempre che superi il 40% nel settore delle comunicazioni elettroniche e che abbia il controllo di Telecom. Altrimenti avrebbe via libera.