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Intorno alla #tv: L’8 e il 9, Netflix, l’Agcom….

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La tv sta cambiando, non ci sono più posizioni dominanti, non c’è più il duopolio: questo ritornello viene portato avanti, di convegno in convegno, da relatori interessati.

Ma vediamo cosa sta succedendo.
Sky ha capito che non può crescere oltre con la diffusione satellitare. E dopo i canali 26 e 27, sta conquistando anche l’8 grazie all’acquisizione di MTV Italia (un’altro grande affare dell’avventura di Telecom Italia nella tv, da Stream in avanti…). Il che vuol dire sfidare Rai e Mediaset, e Cairo, sul fronte degli ascolti e della pubblicità. Non a caso Sky è entrata in Auditel e Auditel ha cambiato governance e azionariato, nel silenzio quasi generale. Il che vuol dire farsi carico, come gli altri, del passaggio dallo standard DVB-T al DVB-T2 e successivi. Sky può valorizzare sul canale 8 la sua fiction e gli eventi sportivi di cui, per avere i diritti pay, deve spesso acquistare anche quelli in chiaro, magari cedendoli alla Rai (non è accaduto, però, per le ultime Olimpiadi invernali, andata in onda su Cielo). L’informazione è pronta, l’intrattenimento un po’ meno. L’obiettivo è chiaro: Mediaset ottiene circa il 60% della pubblicità con ascolti tra il 30 e il 35% di quelli totali…

E così mentre Mediaset vuol attaccare con la Champion’s, anche su satellite, ma dal 2016, il parco abbonati di Sky, quest’ultima va ad attaccare l’impero generalista del concorrente. Dopo l’8 viene il  9 e qui Discovery è chiamata ad andare oltre al sua tv di nicchia, di grande successo, per competere con i colossi televisivi. Sempre che possa mantenere il 9, perchè la determinazione del commissario ad acta nominato dal Consiglio di Stato nega a Deejay Tv, acquistato da Discovery, la patente di tv generalista, aprendo la strada ad una riassegnazione dell’ambita posizione ad un’altra tv generalista. Si attende, però, una decisione formale del Consiglio di Stato: la determinazione tagli fuori le tv locali dal 9, ma tutto può succedere.

Tutti, per distogliere l’attenzione da un possibile “patto di sistema” già annunciato da Stefanio Balassone, intanto, gridano all’arrivo di Netflix e alla minaccia degli OTT.

D’accordo che questi ultimi paghino le tasse nei paesi dove operano, e quindi in Italia e d’accordo nel tutelare la proprietà intellettuale. Netflix, però, sarà diffusa via Internet, rete fissa e mobile, non sarà rilevata da Auditel e non raccoglierà pubblicità. Il suo impatto eventuale (probabilmente non stravolgente, almeno per i primi tempi) si dovrà desumere dall’andamento degli abbonati alle tv a pagamento. In tutto questo, l’Agcom affossa definitivamente l’editoria, dicendo sì alla consegna della posta un giorno sì e uno no (fine degli abbonamenti cartacei) e approva, nel silenzio generale, una revisione del Piano delle frequenze che non mette a disposizione delle tv locali, in particolare sull’Adriatico, tutte le frequenze inutilizzate dalle tv nazionali, come pure imporrebbe la legge di stabilità. Il Piano non l’abbiamo visto e siamo pronti a rettificare quest’informazione, perchè, se risultasse vera, sarebbe un’altra mazzata per le tv locali. E scusate, ma senza il coordinamento con i paesi confinanti, a che serve approvare nuovi Piani delle frequenze?

Netflix

 

 

 

  • Enrico C |

    Resta il problema del caos e dell’irrazionalità nella numerazione automatica dei canali sul digitale terrestre. AGCOM o Ministero dovrebbero imporre una razionalizzazione, sulla falsa riga dei canali Sky, indipendenmente dall’editore o dal distributore.
    Ad esempio accorpando nelle stesse “decine” i canali di news, quelli di port, quelli di settore ecc..

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