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#Cinema italiano: tanti premi, troppe parole, poche risorse, piccoli #film..

Ad una certa distanza dalla presentazione dei dati sul cinema italiano nel 2014, presentati al cinema Barberini da Anica, cioè dalle maggiori imprese del settore e dalla Direzione Generale Cinema, può essere utile qualche considerazione e qualche provocazione.
Premessa: le modalità della presentazione annuale sono da rivedere. L’affollamento di dati prevale sull’analisi, le relazioni sono spesso ripetitive, mancano alcuni dati importanti, come quelli sul cinema italiano all’estero e non si può non fare neanche un accenno al possibile arrivo di Netflix (che darà una forte spallata alla pirateria) o all’accordo Sky-Telecom Italia.
Nel merito.
1) Si fanno troppi film con sempre meno investimenti. Molti non arrivano al pubblico. Diversi sono realizzati solo per il Web. Allora è inutile inserirli tra i film “prodotti”. A meno che…si veda al punto 6, ma accade solo negli Usa, in genere.
2) La dimensione industriale della nostra produzione è troppo ridotta: solo quattro-cinque società di un certo rilievo. Dovrebbero essere almeno una ventina, se mai ci fosse stata una poltica industriale degna di questo nome, basata anche sui limiti all’appropriazione dei diritti da parte dei broadcasters.
3) I cinema di città chiudono a rotta di collo, alcuni multiplex cominciano a faticare, ha senso continuare solo a chiedere aiutini al Ministero, decretini, spintarelle? A che serve citare il Cinema America occupato, senza dire che i ragazzi sono stati cacciati via? E’ un’emergenza sociale e culturale, non solo cinematografica. Con il digitale, la sala può diventare un centro sociale dove costruire eventi e partecipazione.
4) Non passa giorno senza leggere di registi, produttori, attori premiati ovunque. Ora tocca ai David di Donatello. Non si crea così alcuna cultura di ritorno alla visione del cinema tra il pubblico. Non si crea alcun circuito di dialogo sociale e in Rete tra mondo dell’audiovisivo e spezzoni della società. Ci si premia, si parla. Troppo.
5) Dov’è un’offerta legale in Rete, degna di questo nome, comprendente anche i titoli migliori del cinema nazionale, ma anche i B Movie?
6) Gli incentivi fiscali sono ormai la principale fonte di finanziamento per i film italiani, insieme ai diritti tv. Bene, a patto che accettino il rischio di investire anche in prodotti non totalmente commerciali – non per questo di successo garantito, anzi – che allarghino e non restringano la base produttiva, umana, ideativa del nostro audiovisivo. Il finanziamento pubblico diretto non può scomparire, come sta accadendo, perchè serve a controbilanciare lo smottamento dei finanziamenti verso i film “garantiti” (per quanto possa esserlo un film). Negli Stati Uniti qualche film a basso budget ha fatto registrare grandi incassi: The Blair Wich Project costò 60mila dollari e ne incassò 140 milioni.
7) Le riflessioni di Riccardo Tozzi, presidente dell’Anica e di Cattleya, sono sempre stimolanti, specialmente sulla sfida della serialità televisiva che offre prodotti sempre più “cinematografici”, anche come modalità di consumo non “spezzettato”. Perchè allora non andare un po’ avanti, proponendo di superare le attuali barriere associative, normative, mentali, pregiudiziali tra cinema e fiction?