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#Rai: perchè non ripensarci in Parlamento?

I tempi stanno cambiando. Lo aveva scoperto Bob Dylan molti anni fa. Il disegno di legge del Governo sulla Rai, alla fine, è stato in parte “migliorato”, ma non troppo. La maggioranza dei consiglieri è ora eletta dal Parlamento, rinunciando alla “seduta comune”. Il Governo ne nomina due e non più tre; l’amministratore delegato è nominato dal Cda “su proposta” dell’azionista in assemblea dei soci, ma può essere revocato dal Cda “sentita” l’assemblea.
Non poco, ma è l’impianto che appartiene a un’altra epoca. Ad alcuni analisti del settore, come Sergio Bellucci, sembra un ritorno alla Rai pre-riforma, un’azienda che risponde all’esecutivo. Da allora, però, è cambiato quasi tutto.

Per poter stare al passo, la Rai, quale pre-condizione, deve essere in condizionbe di tranciare il cordone che la lega agli interessi delle segreterie dei partiti (non “alla politica”…) e a tutti gli interessi esterni, che in questi anni l’hanno speso “eterodiretta”. Questo, però, non potrà accadare se il disegno di legge approvato dal Consiglio dei ministri, e non ancora firmato da Mattarella, sarà approvato nel testo del Consiglio dei ministri. A parte ogni considerazione politica: è come se Renzi calciasse un rigore all’indietro verso la propria porta…

La bussola per cambiare dev’essere l’indipendenza del servizio pubblico, che deve diventare coscienza diffusa e rivendicata dentro l’azienda e fuori. Indipendenza da qualsiasi interesse di parte o di segreteria di partito, a partire dai Telegiornali.
Mediaset e Sky si stanno contendendo, da qui al 2018, la tv a pagamento (o si accorderanno sulla ta a pagamento…). Mediaset sta progettando una piattaforma satellitare dalla quale offrire la Champion’s League in Alta Definizione e le sue partite di campionato, mentre cerca nuovi soci. Si gioca a poker con le carte coperte: Mediaset ha speso circa 690 milioni per assicurarsi la Champion’s per le prossime tre stagioni. Sky ha l’Europa League. Non si sa ancora come andrà a finire, ma la chiave per essere competitivi nel nuovo ecosistema digitale non è più solo lo sport, quanto la fiction e i talent show.
Il servizio pubblico deve riorientare l’offerta e ancor più la domanda verso nuovi contenuti e nuovi formati, deve investire nella ricerca di nuovi soggetti e nuovi talenti, avendo più coraggio nella scelta di soggetti e sceneggiature. L’indipendenza dagli interessi esterni va fatta valere anche in questo. Ray è un laboratorio sul Web che va nella giusta direzione, ma deve avere le briglie sciolte.
Per competere, la Rai deve sparigliare, valorizzando l’offerta gratuita con le idee e la passione, ma avendo le risorse adeguate rispetto alla propria missione, da ridefinire prima del maggio 2016, quando andrà rinnovata la concessione.
Un primo passo sarebbe un ripensamento sulla governance, modificando in Parlamento il disegno di legge del Governo. Se proprio non si vuole il duale (la proposta la Rai ai cittadini resta il punto di riferimento), almeno s’introduca una pluralità di fonti di nomina del Cda, con il presidente indicato dal Presidente della Repubblica e l’amministratore delegato nominato dal Cda senza alcuna proposta dall’azionista Governo, ma si tagli quel cordone ombelicale tra segreterie dei partiti e Rai. La Corte Costituzionale ha detto che la Rai va controllata dal Parlamento? Rileggete la sentenza e leggete quelle successive con attenzione: e magari speriamo che la Consulta possa presto prounciarsi ancora sul pluralismo, sul servizio pubblico e sulle fonti di nomina…