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Il mondo dell’audiovisivo per una Rai anglo-tedesca, volano dell’industria

E’ una proposta che ci voleva, quella delle associazioni dell’audiovisivo (Anica, Apt, Anac, 100 autori, piccoli e medi produttori, Doc.it) , presentata venerdì alla Mostra di Venezia. Così come quella di Move On su “La Rai ai cittadini”. Riassunto della proposta delle associazioni: intervenire in occasione del rinnovo della concessione del servizio pubblico alla Rai per caratterizzarne la missione. Proposta: una Rai separata in due, una finanziata dal canone e l’altra dalla pubblicità (ma si tiene presente la possibile mediazione di una holding di controllo), a ciascuna delle quali faccia capo un solo canale generalista “verticale”. In linea di massima, Rai1 e Rai3 dovrebbero costituire il canale finanziato dal canone e Rai2 quello finanziato dagli introiti commerciali. La concessione durerebbe dieci anni – decisamente troppo pochi, a mio avviso – e la Rai avrebbe una governance duale, con un consiglio di indirizzo e controllo che nomina quello di gestione. Missione principale del nuovo servizio pubblico: produrre e vendere flussi di informazione e prodotti video (film, serie tv e web, documentari, cartoni). Le due bussole dovranno essere, secondo le associazioni, i posti di lavoro generati e le esportazioni.

La nuova Rai2, in particolare, dovrebbe lavorare in gran parte commissionando progetti ai produttori indipendenti. E dovrebbe avere, anche se nel documento non ci si esprime, un affollamento pubblicitario pari a quello delle tv commerciali (18% orario, 15% giornaliero). Non è chiaro se, a quel punto, la Rai “pubblica” dovrà rinunciare agli spot ma la direzione è quella. Qui possono arrivare molte resistenze al progetto, a partire da Mediaset sino agli editori. Le maggiori resistenza, però, arriveranno dell’attuale dirigenza di Viale Mazzini, intenzionata ad andare in senso inverso, riportando la produzione all’interno e riducendo le serate di fiction. Una parola decisiva l’avrà il Governo Renzi.

La Rai deve, da tre decenni, fare sia il secondo polo commerciale del sistema e il servizio pubblico, con affollamenti contingentati (12% orario, 4% settimanale). E’ l’effetto di un sistema a scarsità di concorrenza e di pluralismo, in tutte le piattaforme, scarsità niente affatto superata con il digitale (ma non lo dite ai laudatori del DTT…si offendono).

Per esportare bisogna produrre un po’ meno, sopratutto senza disperdere i soldi su prodotti minori o usa-e-getta, investendo di più per ora di prodotto, soprattutto seriale, in modo da poter ritornare sui mercati esteri, dove l’audiovisivo italiano è, nei fatti, desaperecido da anni. Questa la filosofia di fondo del progetto. La Rai deve fare da leva, da volano dell’industria. Le quote di investimento se restano, devono essere di gran lunga superate.  Non una Rai più piccola dell’attuale, ma rifondata e riposizionata, anche con maggiori risorse.

Il tutto con nuovi Codici di condotta sullo sfruttamento dei diritti tra Rai, produttori e autori e pubblicità sulle linee editoriali.

Non ha senso dare un giudizio affrettato su una proposta così importante: certamente l’investimento nell’audiovisivo nazionale ed europeo deve ridiventare la missione principale della nuova Rai. Sulla forma da dare all’azienda, con la separazione delle risorse, qualche dubbio rimane, soprattutto per l’attuale assetto di un sistema privato che, tra l’altro, è in corso di trasformazione, da Sky Italia entrata sotto BskyB a una Mediaset che potrebbe trovare nuovi orizzonti strategici e industrali nei rapporti con il triangolo Telecom Italia-Telefonica (socia di Mediaset Premium) e Vivendi, che, tra l’altro, controlla Canal Plus e che in Brasile punterà su pay tv fissa e in mobilità più che sulla telefonia vocale mobile. Le due Rai saranno competitive?