In attesa dei ballottaggi, sono in corso trattative, del tutto sotterranee, sui nomi della prossima Autorità per le comunicazioni. Lo stesso vale per la Rai. In Rete cittadini e associazioni, come Move On, stanno cercando di ribaltare un tavolo "nascosto" per imporre nomine trasparenti, basati su autocandidature e curriculum conosciuti, rispettando per una volta la legge che vuole persone indipendenti ed estranee agli interessi politici o economici occupare posizioni delicate e vitali per la società e l'economia nazionale.
Prevarrà la legge della Gasparri: spartizione partitica di Agcom e Cda Rai, magari dando più deleghe al presidente rispetto al Cda (ma sarà davvero positivo per il servizio pubblico una diarchia presidente-direttore generale?). Sull'Agcom c'è qualche speranza nel nome del presidente, sulla Rai neanche quella.
Il Regolamento per la gara delle frequenze, decisa dal Governo, sarà uno dei primi compiti della nuova Agcom, quando sarà operativa.
Il sistema della comunicazione italiana, peraltro in profonda crisi, a partire dai principali operatori, Mediaset in testa, avrebbe bisogno:
- di più mercato, con norme antitrust che diano la possibilità di competere sull'audience, sulla pubblicità, sui diritti di trasmissione. Le norme attuali? Se l'Agcom decide che un mercato rilevante è formato sia dal canone che dalla pubblicità, o sono inservibili o vengono rese tali. Servono norme asimmetriche che favoriscano operatori minori e nuovi entranti.
- di più pluralismo, con una Rai indendente dai partiti e dai centri di potere, una Rai dei cittadini quale non è mai stata, che non costringa ad emigrare chi ha successo di ascolto (Fazio, Saviano, Santoro, Dandini, Ruffini e conta poco che ora facciano meno ascolti: li facevano quando stavano in Rai e il servizio pubblico ha perso quegli ascolti, quei pubblici e quei contenuti). Con un'Autorità che, finalmente, legga i dati sulla presenza dei partiti nei Tg e intervenga di conseguenza. Cosa che non ha mai fatto.
- di più indipendenza: l'Agcom non può continuare ad essere finanziata dai maggiori operatori che dovrebbe regolare. Il Tesoro non può essere l'azionista della Rai, oltre alle nomine in mano ai partiti.
La gara va in questa direzione? Molti dubbi: dipenderà dall'Agcom e dalla commissione Ue, ma le perplessità sulla sua effettiva utilità sia in termini di introiti per lo Stato sia in termini di maggiore pluralismo sono molto diffusi (espressi anche in un seminario del Pd). Mentre la dimensione locale della televisione digitale, ricca di potenzialità, rischia di perdersi insieme alle emittenti locali e non sono certo i ricorsi al Tar, peraltro spesso respinti, a ribaltare una tendenza.
Il Ministero, in questo senza distinguo con quello che l'ha preceduto, vuole andare avanti a tutti i costi con la digitalizzazione della tv. Al termine, a fine giugno, la legge impone l'assegnazione definitiva delle frequenze. Ovvero la legittimazione finale di un sistema iniquo, sbilanciato, dipendente dalla politica, che impedisce la crescita e lo sviluppo della democrazia.
Ha senso assegnare definitivamente le frequenze della banda 700 Mhz dopo le decisioni di Ginevra 2012? Ha senso farlo senza un accordo di coordinamento con quasi tutti i paesi confinanti?
Non c'è alcun dibattito pubblico su questi temi, purtroppo.
©RIPRODUZIONE RISERVATA

Commenti
Scrivi un commento