Indica un intervallo di date:
  • Dal Al

Villari sì, Villari no, il problema si chiama Rai

Il problema è la Rai. La politica deve decidere cosa deve essere il servizio pubblico, con quale assetto e quali risorse deve affrontare le sfide del futuro, che sono poi quelle del presente: il digitale, la multicanalità, la frammentazione degli ascolti, la televisione che non s’identifica più con il televisore, le concentrazioni multimediali, i nuovi media.

Lì dovrebbe fermarsi la politica. La quale, invece, con lo spettacolo messo in scene alla commissione di Vigilanza, non solo non decide cosa dev’essere il servizio pubblico ma si appresta a perfezionare e completarne l’occupazione diretta.

Villari o non Villari, questo "non" è dilemma. Si dimette, non si dimette? Se passa il fatto che  la maggioranza decide chi, dell’opposizione, deve guidare una commissione che deve dare indirizzi e controllare l’informazione di un servizio pubblico che la legge (Gasparri) assegna, nei fatti, alla maggioranza di governo, non esiste più alcuna garanzia per le opposizioni, certo.

Il problema, però, non è tanto e solo Villari ma la Rai, costretta a fare il secondo polo commerciale della tv generalista, a scapito del suo ruolo di servizio pubblico – ruolo che si contraddistingue per la qualità, la ricerca, l’innovazione, l’indipendenza, la differenza rispetto alla tv "marmellata". Invece….

Così’, oggi, il canone Rai è più impopolare dell’Irpef o delle multe.

Il nuovo vertice deve avere autorevolezza, autonomia, "visione" delle sfide in atto: si rischia invece una proliferazione di cariche (i vicedirettori generali) a scapito dell’efficienza e dell’indipendenza dell’azienda. Se Villari non si dimette, si comincia male perchè sarà difficilissimo trovare un’intesa sul nome del presidente.

In ogni caso, la priorità è cosa si vuol fare del servizio pubblico, con quale assetto e quali risorse.