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Il carretto passava e quell’uomo gridava “gelati!”

Il 6 maggio si è svolto a Milano il convegno "Non solo film al botteghino", all’UCI Bicocca di Milano, organizzato da Primissima Trade. Un mio post-contributo.

“Il carretto passava e quell’uomo gridava: gelati…”, e finita la scuola, d’estate la sera si andava spesso al cinema. Per vedere un film, magari per la seconda o terza volta, ma non solo: subito dopo la cassa, c’era un uomo che vendeva gelati ma, soprattutto, quello per cui andavamo matti. Liquirizia, in qualsiasi format, fusaje (per i non romani, i lupini), noccioline americane, le arachidi, di cui vedevamo spalmare il burro nelle pellicole americane, i semini di zucca salati, i chewing gum, e, naturalmente, le bibite, dalla cola al chinotto e all’aranciata amara. Niente acqua minerale, e,  a metà degli anni sessanta, se non ricordo male, in secondo piano i pop corn, che hanno avuto un boom nelle sale al chiuso, negli anni Settanta, in contenitori sempre più grandi col passare degli anni. Già perché quel cinema d’estate era all’arena, che era un’altra cosa delle sale cittadine o dai cinema parrocchiali. Era estate, non si stava in sacro silenzio ma si cantavano le canzoni dei film di Gianni Morandi – trasversali per target, dagli 11 ai 60 anni – o si tiravano pernacchie dietro Franchi&Ingrassia (così si faceva in teatro all’epoca di Shakespeare, quando il popolo era il pubblico).

O si andava con i genitori a vedere “un western qualsiasi”, secondo noi, con quel titolo, Per un pugno di dollari e tutti i credits con nomi americani ma alla fine tutti ci guardammo in faccia, genitori e figli, perché non era un western qualsiasi, altroché, e poi quella musica….uscivamo dall’arena, nel mio caso a Porto S.Stefano, dove c’era una sala al chiuso se pioveva, ma era lo stesso in tutti i luoghi di vacanza, con metà della faccia nera per la liquirizia. Non ricordo, anche se l’uomo era uno solo, particolari affollamenti, quelli che, oggi, fanno perdere incassi alle concession stand. Per un motivo semplice: all’arena vi erano solo uno o due spettacoli, in genere alle 21 o alle 21,30. C’era tutto il tempo di entrare e si faceva la fila per il tronchetto di liquerizia, nel mio caso. Alla fine, dato che le poltrone erano sedie di legno ribaltabili e non avevano certo il confort e il poggia bottiglia e/o bicchiere di quelle attuali, l’arena restava una specie di mondezzaio. In cambio, all’aperto non c’erano i braccioli. Capite la differenza rispetto alle poltrone sempre più utero materno, in cui sprofondi,  come quelle delle multisale del terzo millennio? Non capite? Provate a pomiciare con la vostra ragazza in quelle odierne…..

Più efficiente ancora, dal punto di vista di economia aziendale, il sistema in uso ancor oggi in alcune sale cittadine e in tutte le sale negli ultimi trent’anni: l’uomo che gridava gelati (e pop corn) stava nella sala e, nell’intervallo riusciva a servire quasi tutti gli spettatori, allora ancora non clienti. Le concession stand sono l’industria rispetto all’artigianato, l’igiene della confezione o della macchina distributrice rispetto a quella liquerizia che passava di mano in mano senza alcun package, nuda e cruda. Qualcosa si è perso, come con i flipper attuali rispetto a quello degli anni Sessanta o con i file MP3 rispetto ai juke-box. Molto si è guadagnato, però. Certo, dopo il convegno ho gironzolato per il complesso della Bicocca: al piano inferiore a quello del multiplex, a un giro di scala mobile, si poteva comprare una grande quantità di cibi di ogni genere, da quelli vegetariani al kebab, dal cous cous alla pizza e all’hamburger, a prezzi competitivi con la concession stand. Il centro commerciale amplifica la competizione, la sala di videogiochi rispetto alle sale con i film, i dieci e più bar-ristoranti-taverne rispetto ai combo della concessione stand. Conosciamo le economie di scale e le leggi dell’economia abbastanza da sapare che è impossibile chiedere ai gestori e ai loro fonitori di diversificare l’offerta tra gli spettacoli o tra le regioni o per l’età degli spettatori-clienti. Qualche esperimento si potrebbe tentare, però, visto che le sale diverranno digitali, vi sarà più flessibilità nell’offerta, non più solo di film ma anche di spettacoli dal vivo e questo potrebbe favorire un minimo di flessibilità nell’offerta degli stand. Va comunque sottolineato e apprezzata la ricerca di qualità nella scelta degli alimenti che caratterizza i principali operatori.

La sala diverrà sempre più polifunzionale, attrezzata per la visione tridimensionale, un’avventura dello sguardo oltre che della mente e l’offerta alimentare deve e dovrà sempre e comunque rinnovarsi.  Con un pizzico di nostalgia ma guardando avanti, sono sicuro che la concession stand ce la farà.

Marco Mele