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Marco Mele

Media 2.0 di Marco Mele

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14 maggio 2013 - 20:17

#Frequenze tv: l'asta s'ha da fare, anche per pochi euro. Sorprese sui canoni da versare allo Stato?

Non c’è momento peggiore per lanciare un’asta sulle frequenze, perdipiù riservata agli operatori televisivi. La gara, però, s’ha da fare: deve chiudere la procedura d’infrazione aperta dalla Ue contro l’Italia, per la Gasparri e le altre leggi che hanno impedito a chi non aveva frequenze analogiche, anche avendone diritto come Europa 7, di entrare nella tv digitale.  Il Governo si appresta a preparare bando e disciplinare, pur avendo dubbi sui relativi introiti per lo Stato. Lo scetticismo del sottosegretario Catricalà appare fondato. Il crollo verticale della pubblicità, collegato a quello dei consumi interni, il calo degli abbonamento alle pay tv (circa un milione persi nel 2012) non incentivano alla partecipazione degli operatori nazionali.

Né l’Agcom, che ha dovuto, per evitare disastri nella ricezione della tv digitale, ribaltare il Regolamento nella sua versione definitiva (decisivo e determinante il ruolo di Antonio Sassano, che solo in Italia può non avere un ruolo istituzionale centrale per definire le politiche di valorizzazione dello spettro) - riducendo a tre le reti in gara e cambiandone la composizione - poteva rendere attrattiva,  in Europa, un’asta nata con troppi vincoli e con l'assenza delle condizioni  per la sua riuscita. Vincoli posti da un’assegnazione delle frequenze digitali - governo Berlusconi - che non ha rispettato il Piano dell’Agcom, creando interferenze e invasioni di campo, sia tra regioni confinanti sia con i paesi vicini. Il coordinamento delle frequenze da utilizzare con tali paesi, non pervenuto fino ad oggi (altrimenti non si potevano fare quelle assegnazioni!) è  condizione essenziale per portare a termine l’asta e non creare incidenti con Francia, Croazia, Malta o Tunisia. E per aprire la strada alla futura seconda gara per la banda larga mobile sulle frequenze televisive, dopo il 2016: lì potrebbero arrivare buoni introiti per lo Stato.

Un elemento che non favorisce un successo dell’asta, a meno di clamorose sorprese, è la mancata separazione, tutta italiana, tra operatori di reti ed editori di contenuti: in teoria solo i primi potrebbero partecipare, ma in Italia tutte le aziende televisive sono verticalmente integrate e, quindi, gli operatori di rete esteri devono fare bene i conti sugli eventuali possibili clienti tra gli editori nazionali, visto che tutti (tranne Discovery e pochi altri) hanno le frequenze su cui trasmettere.

Può Catricalà cercare di capovolgere o modificare il Regolamento dell'Agcom? Difficile, molto difficile, avendo avuto l'ok della Ue. La cosa che potrebbe cercare di fare è quella di agganciare il costo del canone per il diritto d'uso da versare allo Stato non più al fatturato, come adesso, ma alla capacità trasmissiva. In questo caso il già precario pluralismo televisivo sarebbe licenziato per sempre. 

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TAGS: Agcom, Catricalà, Europa 7, Frequenze, Sassano, tv

I media (ci) stanno cambiando. Concentrazione-pluralismo, Sky-Mediaset, Murdoch-Google,
on line-off line, digitale-analogico, globale-locale....

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10 maggio 2013 - 18:42

#Sky-#Mediaset è pace, dopo la guerra, benedetta da #Antitrust e #Agcom. Detentori dei diritti in allarme

Sembrano lontani i tempi in cui tra Sky e Mediaset era stata dissotterrata l'ascia di guerra. Tempi in cui era il governo Berlusconi a raddoppiare l'Iva sulle pay tv e a diminuire la pubblicità sulle stesse, mentre la Rai non rinnovava l'accordo con la pay tv di Murdoch (e rinunciava a 60 milioni l'anno: nel 2012 ne perderà 244,6...). Tom Mockridge, allora ad di Sky, oggi passato alla concorrenza (è negli States a firmare il contratto con la Liberty di John Malone), attaccava Auditel, controllata da Rai-Mediaset.

Ora è scoppiata la pace, formalizzata nello scambio di diritti reciproci tra Champion's League ed Europa League (vi erano compresi anche diritti di film? Non  è mai stato detto, ma è probabile). Un'Autorità antitrust indipendente avrebbe quantomeno aperto un'istruttoria su tale intesa, magari per poi chiuderla. Invece..

Proprio l'Antitrust, il 23 aprile scorso, non ritiene di intervenire nei confronti di Sky Italia per abuso di posizione dominante (articolo 102 del Trattato dell'Unione Europea). Il parere dell'Agcom ha condiviso tale valutazione.

Era stata Mediaset, nel 2010, in tempo di guerra, a segnalare un presunto comportamento abusivo da parte di Sky per l'acquisto dei diritti pay, per tutte le piattaforme, dei mondiali di calcio 2o1o e della Champion's League nelle tre stagioni 2012-2015.

Nessun ostacolo alla concorrenza conclude l'Antitrust presieduta da Pitruzzella: i mondiali  - incontri Italia, semifinali e finale - devono essere trasmessi in chiaro (e se nessuno in futuro sarà in grado di acquistare tali diritti o quelli di un Olimpiade?).

Quanto alla Champion's League, Sky ha sub-licenziato i diritti a Mediaset, "unico concorrente nella pay tv".  Non vi è più un'esclusiva Sky su tutte le piattaforme per i diritti pay. Quindi...niente abuso di posizioni dominante.

All'Antitrust non viene in mente che tali cessioni possano precludere l'ingresso nel settore a un eventuale terzo operatore pay (Al Jazeera?), nè prende in considerazione la posizione di Mediaset e di Sky sul mercato pay, su  quello pubblicitario e su quello dei diritti sugli eventi "premium".

Due anni fa l'Antitrust avrebbe deciso diversamente, con ogni probabilità. Oggi prende atto e benedice l'intesa Sky-Mediaset, rafforzata dalla visita di Rupert Murdoch ad Arcore. Fate voi, insomma. Gli altri tacciono, dalla Rai ai partiti.

I detentori dei diritti, a partire dai club di Serie A, però, sono in allarme. Un'intesa Mediaset-Sky a tutto campo (se reggerà...) porterà a una riduzione di alcune centinaia di milioni degli investimenti per l'acquisto della serie A dal 2015. Nessuno piangerà se i presidenti incasseranno di meno, certo...Qualcuno, però, dovrebbe versare almeno una lacrima per un sistema televisivo a concorrenza sempre più ridotta, con vitalità solo nell'offerta di nicchia (leggi: Discovery-Real Time).  

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TAGS: Agcom, Antitrust, Berlusconi, Mediaset, Murdoch, Sky

8 maggio 2013 - 19:14

E se Malone con #Tom Mockridge portasse anche in Italia la sfida a #Murdoch?

L'entrata di Tom Mockridge in Virgin Media come amministratore delegato potrebbe aprire nuove prospettive anche per il mercato italiano.

Virgin Media sta per essere acquisita, per 16 miliardi di dollari dalla Liberty Global di John Malone (l'operazione si chiuderà ai primi di giugno) e l'ingresso di Mockridge in Virgin è stato annunciato direttamente da Englewood, dov'è la sede centrale di Malone, la cui compagnia opera in 13 paesi nel mondo, principalmente nelle reti via cavo. Il primo terreno di scontro sarà quello della pay-tv in Gran Bretagna, dove la News di Murdoch è azionista di controllo di BskyB con il 40% del capitale.

Non a caso Mike Fries, presidente di Liberty Global, ha detto che Mockridge apporterà a Virgin Media la sua esperienza nell'industria della pay-tv, sia in Gran Bretagna sia nel resto d'Europa. 

Liberty, inoltre, guarda da tempo con interesse a mercati come l'Italia, pur non avendo finora operato alcuna acquisizione. Tom Mockridge conosce come pochi il nostro mercato, avendo operato come amministratore delegato di Sky Italia dalla sua nascita, nel 2002 sono al luglio 2011, portando Sky da due a quasi cinque milioni di abbonati, quando viene chiamato a Londra da Murdoch per gestire la News International dopo lo scandalo e la chiusura del News of the World.

La pay tv in Italia ha perso un milione di abbonati nel 2012. Mediaset Premium cerca quantomeno un partner se non un compratore. Murdoch è stato ad Arcore. Sky ha effettuato acquisti di diritti molto onerosi, in primis le Olimpiadi, che sarà difficile da ammortizzare con un parco abbonati che non cresce, anzi che diminuisce e con le tv gratuite, Rai in testa, che non hanno risorse per valorizzare a dovere, nella tv "per tutti," i diritti in mano a Sky. SportItalia sta chiudendo, la gara per le frequenze è un grosso punto interrogativo.

Le potenzialità e di spazi per un investimento dall'estero sono finalmente presenti, nonostante la persistenza del conflitto d'interesse di Silvio Berlusconi. Lo dimostra il successo di Discovery e dei suoi canali, con l'acquisizione di Switchover Media. 

Uno degli azionisti di Discovery Communications si chiama proprio John Malone.  In Italia, ad esempio, esiste una delle poche tv, Europa 7, che trasmette operativamente nello standard DVB-T2, con grande guadagno sia in qualità audio e video (un super HD) che in capacità trasmissiva. Bisogna far diffondere nelle abitazioni i decoder DVB-T2 mentre i nuovi televisori sono ormai in gran parte nel nuovo standard (tutti i modelli per Sony). Per un manager come Mockridge, che ha lanciato Sky tra mille difficoltà e senza compromessi con i poteri forti del sistema televisivo, sarebbe una scommessa da lanciare.

Anche se nella Manica e oltre c'è aria di tempesta, insomma, il continente potrebbe non restare isolato. 

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TAGS: BskyB, Europa 7. Discovery, Malone, Mediaset Premium, Mockridge, pay tv, Sky Italia

27 aprile 2013 - 21:39

#Comunicazione e #Digitale, ministeri marginali. Si farà l'asta sulle #frequenze? Avrà successo?

Fatto il governo Letta-Alfano, si può cercare con la lanterna qualche dichiarazione sulla Cultura, il Digitale, la Comunicazione. Buio pesto. Su poltiche e strategie che negli altri paesi europei sono priorità. Per qualsiasi governo di qualsiasi colore.

In Italia sono cose per specialisti e i relativi ministeri sono dicasteri di secondo piano. Le comunicazioni sono diventate addirittura un Dicastero dello Sviluppo. L'Audiovisivo in quanto tale non ha un referente unico nazionale, perchè la tv è in gran parte competenza delle Comunicazioni e il cinema delle Attività Culturali, a loro volta componente (secondaria) dei Beni Culturali.

Detto questo, uno dei primi compiti che incombe su Flavio Zanonato, neo-ministro dello Sviluppo, riguarda l'asta sulle frequenze tv. L'Agcom ha approvato la nuova versione del Regolamento (ben pochi hanno detto che con la prima versione si andava a una ricezione del digitale ancor più disastrosa di quella attuale...) e ora il Ministero deve approvare Disciplinare e Bando per i tre multiplex messi a gara (non entro qui ancora sulla composizione dei multiplex ma se ne riparlerà presto).

Il Pdl e Mediaset non hanno risparmiato le critiche rispetto alla decisione del governo Monti di annullare il beauty contest messo in piedi da Paolo Romani, ministro dello Sviluppo del governo Berlusconi. All'ultima assemblea dei soci Mediaset, il presidente Fedele Confalonieri ha detto che difficilmente si faranno quattrini con l'asta...

E forse avrà ragione: bisogna capire se il Pdl, ora al governo e non solo in maggioranza, come con l'esecutivo Monti, si opporrà alla gara, magari rinviandola, oppure la farà svolgere, sicuro del suo insuccesso per le casse dello Stato.

Attenzione, perchè la procedura d'infrazione aperta da Bruxelles per la legge 66/2011 e per la Gasparri sarà chiusa solo se la gara andrà in porto.  Altrimenti bisognerà trovare un'altra mediazione con Bruxelles (e fare finta che anche questa aumenti il pluralismo e la concorrenza senza adeguate norme antitrust). Queste ultime difficilmente appariranno all'orizzonte del nuovo governo, così come il conflitto d'interesse, che sulle comunicazioni pesa lievemente...

Vedremo cosa farà il nuovo Ministro che, per siglare il nuovo contratto di servizio con la Rai, dovrà attendere il parere della nuova vigilanza (chi ne sarà presidente?). Qualcuno potrebbe suggerirgli che in Europa il servizio pubblico dev'essere ricevibile su tutte le piattaforme e non solo su quella dov'è azionista di controllo insieme a Mediaset (TivùSat, per non far nomi) nel caso di quella satellitare, come avviene in Italia...


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TAGS: Comunicazione, Confalonieri, cultura, digitale, frequenze, Mediaset, Rai

27 aprile 2013 - 21:08

#Cultura e #Comunicazione: la nostra classe dirigente deve ancora entrare nella modernità e relega in posizioni marginali i relativi ministeri

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24 aprile 2013 - 20:59

#Cinema digitale: le sale possono rilanciarsi e valorizzarsi. Le più piccole chiudere.

La digitalizzazione dei cinema, con la scomparsa della pellicola, apre a molteplici possibilità per valorizzare e rilanciare le sale cinematografiche, uno dei luoghi del consumo culturale di cui da anni si prevede il declino se non la scomparsa.

Molteplici le esperienze (parola chiave nel nuovo scenario dei media digitali),  presentate in prima persona dagli operatori, al convegno organizzato dall'Anem: "Quale digitale, quale cinema, quale programmazione". Precedute da tre relazioni che hanno inquadrato lo scenario del passaggio al digitale del cinema, che segue quello della televisione e precede quello della radio. La prima è quella di Gerome Bourdezeau, direttore di Eataly Roma, dove si è svolto l'evento, che ha illustrato la nuova filosofia della vendita organizzata, basata sull'esperienza diretta del consumatore non solo del prodotto ma della filiera che è alla sue spalle e del luogo dove avviene la scelta. Un'esperienza anche formativa e non solo da consumatore-acquirente.

Un mondo in connessione continua.

 Simonetta Pattuglia, docente di marketing e comunicazione a Tor Vergata, ha analizzato il nuovo scenario della mobilità digitale, con 29 milioni di utilizzatori degli smartphone su 51 milioni di possessori del cellulare e 19 milioni di utenti Internet in mobilità. Il nuovo consumatore vuole una connessione continua in mobilità, anche domestica, mentre la fruizione diventa sempre più contemporanea, i contenuti sono sempre più condivisi, nascono nuovi strumenti per "aumentare l'esperienza" della visione audiovisiva. Le imprese, da parte loro, <hanno a disposizione dati sempre più cospicui sul consumatore tramite i social media>, anche in rapporto alla geolocalizzazione dello stesso consumatore, per offrirgli prodotti e servizi di "prossimità".Vi è poi un "cortocircuito dei luoghi": la musica allo stadio, le cene a teatro, il teatro a museo, il food al cinema, il cinema sul Web, che è ovunque. Si potrebbe aggiungere: purchè i luoghi della cultura tradizionale (cinema, teatri, biblioteche, librerie) non chiudano...La comunicazione e la pubblicità devono contenere Intrattenimento per essere efficaci, ha concluso Pattuglia.

Solo il 51% degli schermi è digitale.

Bruno Zambardino, ricercatore e docente alla Sapienza, ha analizzato lo stato dell'arte del cinema digitale : a livello mondiale il 75% degli schermi è ormai digitalizzato mentre un colosso cinese come Wanda acquisisce il secondo circuito di sale statunitense (AMC) e guarda all'Europa. In Italia, nel primo trimestre del 2013, la digitalizzazione è salita al 62% delle sale totali del Cinetel (1.886 schermi su 3.250): ma attenzione, perchè dal 2014 gli americani non diffonderanno più film in pellicola.  La percentuale delle sale digitalizzate scende al 51% calcolando i 3.913 schermi censiti dall'Anec.

Contenuti alternativi: primi i Led Zeppelin.

La principale novità permessa dal cinema digitale sono i contenuti alternativi che si affiancano alla programmazione dei film: in genere concerti rock ma anche di musica classica e documentari.  Il digitale consente poi anche la programmazione di più film nella stessa sala (cosa che piace poco ai distributori...). L'esempio è quello del Lux, a Roma, con la programmazione di cartoni animati nelle fasce orarie antimeridiane. Nel 2012 sono stati programmati nelle sale 93 contenuti alternativi e quello che avuto il maggior successo di pubblico è Led Zeppelin: Celebration Day seguito da Ligabue Day. Il paradosso della situazione italiane è, come ha detto Zambardino,che siamo un mercato "sottoschermato" in cui molte strutture rischiano la chiusura, perchè il box office è già all'80% composto dagli schermi digitali e le sale medio-piccole sono quelle a rischio. 

Dal cinema-bistrot alla sala-evento.

Bisogna cambiare utilizzando il digitale, insomma. Un circuito come UCI ha 700mila clienti nel proprio database, che cerca continuamente di fidelizzare e ai quali comunica con una pluralità di mezzi, social network su tutti. Sono le strutture medio-piccole, però, che cambiano la filosofia del rapporto con il pubblico, mettendo al centro ogni singolo spettatore. Come al Kino, a Roma, al Pigneto, un cinema-bistrot ma soprattutto con la straordinaria esperienza della multisala Badia Grande di Sciacca (Agrigento). Sino Caracappa racconta la storia di come fondare un'esperienza di eccellenza in una città di soli 42mila abitanti, con strade impossibili per il territorio circostante. O ancora il Lux di Roma, con i suoi mille posti, tutti digitalizzati, e una loro occupazione che arriva al 95% nel fine settimana, con film in versione originale in serata, una sala per i videogiochi, vendita di biglietti via Internet senza diritti di prevendita e così via

Un luogo dove potersi vedere e discutere, non solo consumare.

Il cinema digitale, insomma, si avvia a diventare sempre più un luogo dove potersi sedere, chiacchierare, mangiare, giocare, discutere del film visto, secondo la strategia delineata da Alessandro Bottai di Tix Production: il pubblico non va nelle sale per vedere un film, ma è alla ricerca di un momento sociale. Arena 02, a Londra, è circondata di spazi dovi si può mangiare, bere, sentire musica o sedersi a conversare. Si può puntare alle fasce ricche con poltrone VIP e nuovi strumenti hi-tech, alzando il prezzo, oppure e meglio abbassare i prezzi, eliminare le barriere d'accesso, prevedere aree di sosta nei cinema, togliere gli schermi di vetro dalle casse, offrire prodotti originali, contrastando la crisi con le idee, come il WASBAR in Belgio, che mette insieme la lavanderia a gettone con uno spazio musicale, la ristorazione e la v isione di audiovisivi.

Conclude Nicola Borelli, direttore generale cinema del Ministero dei Beni Culturali: «sulle strutture che devono adeguarsi al digitale andranno tarati gli interventi statali, come il tax credit, la cedibilità del credito, il virtual print fee (nel quale distributori ed esercenti contribuiscono alla digitalizzazione delle sale)». Speriamo nel nuovo governo, visto che c'è anche un tax credit da rinnovare...

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TAGS: Anem, Cinema, digitale, film, schermi

23 aprile 2013 - 21:49

#Rai: perde 244,6 milioni nel 2012. Nel 2013 non mancano incognite. E la politica?

Rai in profondo rosso nel 2012. Il Cda dell’azienda ha approvato ieri, con due astensioni, il bilancio consuntivo dell’esercizio 2012. La perdita del gruppo è pari a 244,6 milioni di euro rispetto ai quattro milioni di attivo nel 2011.
Proprio quest’ultimo attivo, però, è stato oggetto di perplessità da parte di alcuni consiglieri: per pareggiare il bilancio 2011 – è stato scritto più volte – sarebbero stati fatturati 61 milioni di spot trasmessi, in realtà, nel 2012. Non si è trattata di una pre-fatturazione vera e propria, che avrebbe portato alla non approvazione del bilancio da parte del società di revisione. Bastava, però, caricare gli spot in onda negli ultimi mesi del 2011 anche dei costi di quelli trasmessi nei primi mesi del 2012, fatturandoli regolarmente nell’anno di messa in onda, per peggiorare il risultato di quest’ultimo esercizio, pur rispettando formalmente le norme sui bilanci. Con quel pareggio, tra l’altro, si è evitato il rischio del commissariamento dell’azienda.
I due consiglieri che si sono astenuti, Gherardo Colombo e Benedetta Tobagi, nominati dal Pd su designazione di alcune associazioni, hanno chiesto approfondimenti in merito. La Rai ha prodotto in Cda un parere legale che promuove senza esitazione le politiche di bilancio attuate dall’azienda. Non è chiaro perché i due consiglieri, a quel punto, si siano astenuti, anziché votare a favore o votare contro il bilancio consuntivo del 2012.
Sul risultato dell’esercizio, va detto, incidono anche quasi 51 milioni accantonati per le incentivazioni all’esodo attraverso pensionamenti anticipati.
Sul fronte finanziario la situazione non è migliore rispetto a quello della gestione: la posizione finanziaria netta al 31 dicembre è negativa per 366,2 milioni di euro, con un peggioramento di 93,8 milioni. Nel bilancio 2009 la Rai aveva un attivo di cassa di 30 milioni. Gran parte della cassa è stata consumata per gli investimenti richiesti dalla transizione al digitale terrestre, i cui tempi non sono stati decisi dall’azienda. Tale transizione si è conclusa nel luglio del 2012 ma la Rai deve investire in nuove tecnologie per restare sul mercato.
La Rai, adesso, deve pensare al futuro, in attesa della scadenza della Convenzione con lo Stato del 2016 (sulla quale la politica dovrebbe aprire una riflessione sul cosa dev'essere un servizio pubblico nell'era del Web e della crisi della rappresentanza politica). L’esercizio 2013 non avrà i costi dei grandi eventi sportivi, come accade invece negli anni pari: il problema è la raccolta pubblicitaria, come per tutti i media. C’è chi paventa il rischio che la Sipra non raggiunga quota 700 milioni, ma si conta almeno in una riduzione del calo nel secondo semestre, se non in una "ripresina".
La Rai è sempre più leader degli ascolti (41,3% in prima serata nel 2012), ma il crollo degli introiti pubblicitari non permette di capitalizzare in termini di ricavi l’ottima performance dei suoi risultati. Il Piano industriale prevede un pareggio nel 2014: per raggiungerlo non basteranno i tagli ai costi.
Bisogna sperare in una ripresa del mercato pubblicitario o, magari, in un provvedimento di legge per eliminare o ridurre drasticamente l’evasione dal canone. I vertici Rai, però, prudentemente, nel Piano non hanno previsto alcun provvedimento del genere.
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TAGS: Colombo, Rai, Tobagi

23 aprile 2013 - 19:53

Un breve ricordo di Antonio #Maccanico

Se n'è andato anche "Tonino" Maccanico. Ne scrivo un breve ricordo, avendo scritto con lui un libro "Il grande cambiamento" per Sperling&Kupfer.

Ministro delle Comunicazioni, diede il suo nome alla legge approvata nel 1997. Fu un'approvazione lunga e faticosa, contrassegnata da ostruzionismi e tatticismi, con il conflitto d'interesse che si rivelava all'interno della dialettica istituzionale. Il Polo di centro-destra voleva non solo tutelare Mediaset quanto tenere Telecom fuori dal sistema televisivo.

Maccanico difese con forza la migliore intuizione di quella legge, e cioè la costituzione di un'Autorità unica per le tv e per le telecomunicazioni, l'Agcom. anche se il metodo di nomina, tuttora vigente, riproduce all'interno di un'istituzione che dev'essere al di sopra delle parti, le logiche della contrapposizione partitica e lo stesso conflitto d'interesse. Per costituire un'Autorità unica Maccanico dovette vincere le resistenze del Tesoro, ministro Carlo Azeglio Ciampi,              preoccupato da una mancata privatizzazione di Telecom Italia: ci voleva un'Autorità per farla e si pensava che la tv avrebbe bloccato l'approvazione di quella unica con le Tlc.

Sulla vicenda di Rete4, Maccanico e il centro-sinistra, pur di far passare la legge, accettarono una mediazione con Mediaset e il centro-destra, varando una formula di fatto inattuabile e inattuata, tanto da essere poi dichiarata incostituzionale dalla Consulta (quella della "congrua" diffusione di cavo e satellite).

In quella legge, almeno, non c'era il SIC, ma un tetto del 30% alle risorse da verificare prima del rilascio delle concessioni, che poi  l'Agcom riuscì a vanificare e ad eludere. <Nella pratica ciò non è per nulla avvenuto - diceva Maccanico nel libro - :l'Autorità l'ha fatto dopo il rilascio delle concessioni<.

Nel libro, tra l'altro, Maccanico si pronuncia per una partecipazione degli utenti nel Cda della Rai: <una partecipazione di tipio nuovo, ad azionariato diffuso, ma riservata a chi paga il canone<.

Nel capitolo conclusivo del libro, intitolato non a caso "verso la crisi della democrazia rappresentativa": "Rispetto all'uso del mezzo televisivo, che già agisce come strumento di unione e consenso, il fenomeno si moltiplicherà con i nuovi mezzi di comunicazione"..."Questo processo lascerà l'azione politica in balia degli umori e dei "poteri forti", che saranno in grado di influenzare l'opinione pubblica"..."la dilatata possibilità di partecipazione produce la crisi della funzione di rappresentanza...". Sembra un commento alle ultime vicende parlamentari sulla nomina del Presidente della Repubblica...

Frasi dette tredici anni fa, nell'anno 2000. Peccato che pochi ne abbiano tenuto conto.  

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TAGS: Maccanico, Mediaset, Rai, Rai, Rete4, Telecom

18 aprile 2013 - 20:42

#Fiction nazionale: cadono investimenti Rai e Mediaset, cresce l'import dagli Usa

Il volume della produzione si è ridotto di un terzo in cinque anni. Il fatturato delle imprese si è ridotto di un quarto (-24%) dal 2008 al 2012 mentre cresce la concentrazione del mercato. In cinque anni (2006-2011) le importazioni di fiction sono cresciute del 67% e le esportazioni calate del 58%, con un deficit pari a 200 milioni di euro. L’unica tendenza positiva è quella che vede "rientrare" in Italia, nella seconda metà del 2012, le produzioni che, in particolare nel 2010, avevano scelto di "girare" all’estero, con grave danno per l’occupazione diretta e per l’indotto.


Dopo il cinema, la fiction. L’industria nazionale dell’audiovisivo cerca di contrastare non solo una congiuntura recessiva, ma delle scelte istituzionali e imprenditoriali (quelle delle tv) che rischiano di ridimensionare pesantemente la produzione culturale, di cui l’audiovisivo è uno dei "pezzi" principali.
Dati e proposte sono contenuti nel quarto Rapporto sulla fiction della Fondazione Rosselli, elaborato per conto dell’Apt, l’associazione dei produttori, della Regione Lazio, della Camera di Commercio di Roma e di Sviluppo Lazio.
Se il cinema teme soprattutto la convergenza di mancate scelte politiche (il rinnovo degli incentivi fiscali, i crediti vantati per i contributi sugli incassi) e di scadenze improrogabili (la digitalizzazione delle sale entro fine anno), la fiction - che non gode di finanziamenti pubblici diretti nè di incentivi fiscali - sottolinea, tra l’altro, come la riduzione degli investimenti di Rai e Mediaset sia molto più pesante rispetto alle tv dei principali paesi europei.
Siamo il mercato televisivo con il più alto numero di canali digitali terrestri (118) ma anche quello in cui le piattaforme a pagamento hanno perso il maggior numero di abbonati (un milione circa nell’ultimo anno). A febbraio, del resto, 6,4 milioni di utenti italiani hanno visualizzato almeno un contenuto video con una media di 27 minuti al giorno ciascuno: cresce la concorrenza dei video gratuiti o a basso costo, legali e non, agli operatori del sistema televisivo. Il problema è che tale mercato alternativo non riesce, per ora, a contribuire alla produzione. Mentre i canali generalisti di Rai e Mediaset, committenti di gran parte della fiction nazionale, hanno perso 20 punti di ascolto dal 2007 al 2012, calando dall’82,1% al 61,55% di share, mentre crescono le emittenti nate con il digitale, che però sono in gran parte canali di Rai e Mediaset, che ammortizzano le grandi library accumulate ai tempi del duopolio, con budget minimali per la produzione.
Il tempo dedicato alla tv e al video aumenta anno dopo anno (253 minuti, record europeo) ma si riducono le risorse, anche per la drastica frenata della pubblicità, oltre che degli abbonamenti alla pay.
In Italia, nel 2011, secondo il Rapporto della Fondazione Rosselli, si sono investiti solo 270 milioni nella fiction, produzione e acquisto, (255 la stima per il 2012) contro i 536 milioni della Francia e i 740 della Gran Bretagna. Nel 2007 gli investimenti della tv nazionali erano di 510 milioni, quelli francesi di 487. Cala la percentuale della fiction sui costi totali di programmazione, scesa al 12,3% nel 2011, con la Francia che ci supera, con il 13,1% (nel 2009 la percentuale italiana era sei punti sopra quella transalpina). Così, tra il settembre 2011 e l’agosto 2012, solo il 33% della fiction trasmessa dalla tv italiane era di origine nazionale mentre il 51% era made in Usa, la prima concentrata perlopiù su Rai1 e Canale 5, ma anche su RaiTre.

L’Italia è - non da oggi - il paese europeo che importa dall’estero il maggior numero di ore di serie di fiction televisiva e che spende la cifra maggiori per il loro acquisto. Il fatturato delle imprese produttrici di fiction si è ridotto a circa 650 milioni di euro nel 2012 mentre le prime venti aziende coprono oltre il 70% del mercato. L'integrazione verticale di alcune imprese dentro Mediaset fovorisce il fenomeno e non contribuisce ad avere una maggior concorrenza (quante prima serate sulle reti Mediaset sono di Fiction prodotte dalla Tao, che peraltro l'autore di questo blog vede e talvolta apprezza?)
Le proposte della Fondazione Rosselli e dei produttori sono diverse, vanno dal "riempire di contenuti" l’Agenda digitale, che non contempla l’audiovisivo, alle misure per contrastare la pirateria all’estensione degli incentivi fiscali all’intero comparto audiovisivo. Questo a livello di politiche industriali, poi il rispetto delle quote di investimento e programmazione, con maggior severità nelle sanzioni e la valorizzazione dei Centri di produzione Rai sul territorio. 

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TAGS: Apt, digitale, Fiction, Fondazione Rosselli, Mediaset, Rai, tv

16 aprile 2013 - 19:36

#Cinema italiano: 2013, un anno da sopravvivere pericolosamente

Il cinema italiano rischia il default economico-finanziario nel 2013, senza interventi urgenti.  Fatto che non sembra "fare notizia" nella classe dirigente politico-televisiva.

Circa mille sale cinematografiche cittadine rischiano di non digitalizzarsi entro la fine dell’anno e, quindi, di restare fuori dal mercato e abbassare le saracinesche. Dal 2014, infatti, i film americani non saranno più distribuiti in pellicola.
Nè l’anno passato é andato bene. Nel 2012 le sale hanno perso quasi l’8% degli incassi e quasi il 10% (-9.88%) degli spettatori - la differenza si spiega con il prezzo più alto per i film in 3D - ma i film italiani hanno subito un calo annuo di 14 milioni di presenze (il 36% rispetto al 2011), con una quota sul mercato sala scesa dal 35 al 25%.
Nel 2012, paradossalmente, sono stati prodotti più film (166) rispetto ai due anni precedenti, ma 71 di questi hanno un costo inferiore agli 800mila euro, di cui 36 addirittura inferiore a 200mila. Solo 47 film, escluse le coproduzioni con l’estero, costano più di un milione e mezzo di euro e sono quelli che escono, bene o male, sul mercato.
L’Anica, che ha presentato i dati insieme al Ministero dei Beni Culturali, in una sala sovraffolata e con gente rimasta fuori, ha sottolineato come la tendenza sia quella di una riduzione costante del finanziamento pubblico diretto ma, soprattutto, del finanziamento per singolo film - per dare contributi ad un numero maggiore di titoli, che spesso non arrivano  agli spettatori  (è una storia vecchia di decenni, dai tempi del famigerato articolo 28).

«Sui 75 milioni di dotazione del Fondo per lo spettacolo - denuncia Riccardo Tozzi, presidente dell’Anica - solo 26 vanno alla produzione. Il resto va a nobili e importanti cause, dalla Scuola Nazionale di Cinema a Luce-Cinecittà sino al Festival di Venezia. Siamo però a un livello tale che non permette di fare il cinema d’autore importante. Il cinema d’autore che incassa, quello che dal 2000 in poi ha fatto rinascere il cinema italiano». In Francia i finanziamenti pubblici al cinema sono tre volte quelli italiani, ma anche questa è storia vecchia.


La risposta dello Stato è che, se decresce il finanziamento diretto, cresce però il credito d’imposta. Le imprese private, sia interne che esterne al settore, che finanziano la produzione godono dell’agevolazione fiscale concessa dallo Stato. Nel 2012 il tax credit vale complessivamente, per il cinema, oltre 56 milioni di euro rispetto ai 26 del contributo diretto. Il default di cui si parlava all’inizio dipende dall'incroci di diversi fattori, tra i quali il fatto che il tax credit scade a fine anno.

 «Il rinnovo è un provvedimento che può prendere anche questo Governo» precisa Tozzi, mentre Angelo Barbagallo, presidente dei produttori, sottolinea che i film del 2014 si preparano adesso, ma è impossibile trovare investitori senza sapere se poter contare o meno sulle agevolazioni fiscali. Il direttore generale del Mibac, Nicola Borrelli, aggiunge: «Almeno due produzioni internazionali hanno rinunciato a venire ad investire in Italia a causa dell’incertezza sulla proroga o meno del tax credit».


C’è un altro fattore che rischia di aggravare ulteriormente la situazione: «Speriamo - continua Tozzi - che il debito dello Stato nei confronti di produttori e distributori, per contributi non versati negli anni precedenti, non venga "scalato" dal Fus, ma inserito nel Decreto sul rimborso dei crediti vantati dai privati verso la Pubblicazione amministrazione».


Unico dato positivo, per il cinema italiano, che ha perso quasi tre milioni di spettatori anche nel primo trimestre del 2013 rispetto allo stesso periodo del 2012, è l’approvazione del decreto del Ministero dello Sviluppo sulle quote di distribuzione e d’investimento obbligatorie per le televisione, arrivato con 15 anni di ritardo che però «comincerà a dare i suoi effetti dal 2014», commenta Barbagallo. La realtà è quella di una Medusa-Mediaset che riduce del 25% il suo impegno nel settore cinema rispetto a 3-4 anni fa. RaiCinema ne eredita diversi progetti, «ma nel segno del cinema commerciale - aggiunge Tozzi - togliendo spazio e risorse a quello di autore. E per di più con un investimento per film molto ridotto». A questo si può aggiungere che su Rai1, nel 2012, sono andati in onda, in prima serata, solo cinque film italiani e su Rai2 solo due mentre Canale 5 ne ha diffusi 35 e Rete4 36. «Ormai la Rai è una tv di talk show fatta da giornalisti. Questo è lontanissimo da quanto fanno per il cinema gli altri servizi pubblici europei» attaccano i produttori.


Si chiude con la pirateria: si chiede un provvedimento urgente e c’è chi, come Aurelio De Laurentiis ipotizza provocatoriamente una class action dei titolari dei diritti contro lo Stato per i mancati introiti causati dalla fruizione illegale, favorita nel nostro paese da regolamenti e norme ritenute del tutto inefficaci dal cinema nazionale.

Commento finale: l'allarme lanciato dai produttori è reale e le richieste legittime, ma stupisce che il cinema, come in qualche modo la politica, non lanci un Movimento di rinnovamento non tanto dei suoi uomini ma delle sue forme associative. Ha ancora senso un'associazione per il cinema e una per la fiction, separate, in un momento di contrazione così grave degli investimenti di Rai e Mediaset? Hanno senso due associazioni per l'esercizio cinemarografico? I nuovi autori sul Web ci sono già ma fanno le series più che i film di otto minuti invocati da Aurelio De Laurentiis (che resta uno dei pochi uomini di cinema con la passione per il proprio mestiere nel sangue).

Uno Tsunami di autoriforma servirebbe al cinema. Per non farsi trovare imbalsamati dalle nuove offerte digitali legali, che prima o poi si affermeranno anche nel nostro paese, se la magistratura farà il suo come ieri, chiudendo i siti di file sharing illegale. Speriamo di non dover vedere anche lì solo film prevalentemente esteri (com'è accaduto per il mercato del DVD, per anni, anche quando il prodotto italiano trionfava in sala).

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